Doppia tagliola con il Dlgs 231

In relazione al decreto legislativo n. 231/2001, il sequestro non lascia scampo; vieppiù se si pensa come, stando anche qui alla giurisprudenza più recente, è possibile affiancare anche quello impeditivo accanto al preventivo.
Difatti, è l’art. 45, decreto in esame, che sacralizza la possibilità per il pubblico ministero di richiedere l’applicazione delle misure cautelari, tanto nel corso delle indagini, quanto nelle more dello stesso processo; misure queste ultime che, al pari di quanto sinora esaminato, richiedono la presenza del fumus delicti commissi.
Ma se in relazione alla applicabilità del sequestro preventivo non vi sono dubbi, recente Cassazione, con sentenza n. 34293 del 20 luglio 2018, ha aperto la strada per l’applicabilità del sequestro impeditivo, ossia dell’applicazione dell’art. 321, comma 1 c.p.p. al sistema di responsabilità da reato degli enti previsti dal Dlgs 231/2001.
E tale pronuncia non è di poco conto, giacché come specificano gli ermellini, il sequestro preventivo di cui all’art. 53 decreto in esame, “non coincide con quello previsto nell’art. 321 c.p.p., non solo perché non è previsto il sequestro impeditivo di cui al primo comma, ma anche perché il sequestro a fini di confisca non ha l’ampia latitudine di quello previsto dall’art. 321/2 c.p.p. essendo ristretto e limitato, in virtù del rinvio all’art. 19, al solo prezzo o profitto del reato”.
In pratica, il sequestro impeditivo non sarebbe possibile sulle cose pertinenti al reato, stante la mancata indicazione nell’art. 19.
Nonostante la Corte, a corroborare quanto sopra, citi la relazione ministeriale, ha ritenuto applicabile il sequestro impeditivo, in quanto non coincidente con il campo applicativo delle misure interdittive. E infatti, secondo i giudici del Palazzaccio, tale campo diverge tanto in ambito temporale (poiché il sequestro è tendenzialmente definitivo ove, all’esito del giudizio di cognizione, sia disposta la confisca) tanto negli effetti, giacché la misura interdittiva paralizza l’uso del bene criminogeno solo in modo indiretto, mentre il sequestro (la successiva confisca) colpisce il bene direttamente ed in modo definitivo.
Motivi per cui “il sequestro impeditivo ha, quindi, una selettività (e una finalità), che la misura interdittiva non ha”.
Sulla stura di quanto sopra affermato, la Corte, in definitiva in relazione alla responsabilità de qua, ha ritenuto applicabile tanto il sequestro preventivo del prezzo o del profitto del reato, tanto quello impeditivo. In ultimo, la sentenza si pregia anche di analizzare il fumus necessario per l’esperimento del sequestro preventivo di cui all’art. 53, decreto in esame. Nello specifico, la Corte afferma come il presupposto per il sequestro preventivo non deve essere un fumus delicti volto a comprovare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, né la loro gravità, né tanto meno il periculum richiesto per il sequestro preventivo di cui all’art. 321, comma 1, c.p.p., essendo, invece, sufficiente accertare la confiscabilità dei beni che costituiscono prezzo e profitto del reato una volta che sia astrattamente possibile sussumere il fatto in una determinata ipotesi di reato.
In sostanza, solo per le misure interdittive cautelari è richiesta la verifica dei gravi indizi di responsabilità, essendo invece sufficiente l’astratta sussistenza di ipotesi di reato per esperire il sequestro preventivo finalizzato alla confisca.

Articolo tratto da ItaliaOggi

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