Con la ripresa ritorna l’infortunio

A dieci anni dall’approvazione del Testo unico di salute e sicurezza sul lavoro (risultato della combinazione delle disposizioni dei decreti legislativi n. 81/2008 e n. 106/2009), che continua ad essere in Italia il punto di riferimento normativo in materia, i dati parlano chiaro. A proposito di infortuni sul lavoro e malattie professionali, ripresa economica equivale a ripresa degli infortuni. “Il calo degli infortuni sul lavoro, in atto ormai da decenni, si era notevolmente accentuato a partire dal 2008”, spiega Franco D’Amico, coordinatore dei servizi statistico-informativi dell’ Anmil. “In quell’anno si contavano infatti, circa 925 mila infortuni che si sono drasticamente ridotti a causa della profonda crisi che aveva prodotto forti tagli nella produzione e nel lavoro (sia in termini di occupati che di ore lavorate), riducendo così l’esposizione al rischio infortunistico. Il calo è proseguito fino a raggiungere il minimo di circa 640 mila unità nel 2015, mantenendosi sostanzialmente stabile anche nel 2016 e 2017. Un percorso pressoché analogo” prosegue D’Amico, “si riscontra per le morti sul lavoro che, nel periodo acuto della crisi economica, dai 1500 casi del 2008 erano scesi fino a 1170 nel 2014. La discesa si è poi interrotta nel 2015, ai primi inizi della ripresa, quando si è avuto un improvviso incremento di quasi il 10%; nel 2016 e 2017 il numero di decessi è tornato ad assestarsi sostanzialmente ai livelli del 2014”. Nell’elaborazione che fa l’Anmil su dati Inail, considerando il «decennio della crisi» 2008-2017, da un lato l’Italia sembra ormai essere uscita dalla lunga crisi economica iniziata nel 2008, con segnali di ripresa che dal 2017 segnano valori positivi sui principali indicatori macroeconomici (Pil +1,5; produzione industriale +3,0%; occupazione +1,2%; in particolare l’occupazione, che nel 2008 aveva fatto registrare il record di 23,1 milioni di occupati, è risalita progressivamente negli anni fino a ritornare sopra i 23 milioni nel 2017). Dall’altro, tuttavia, la crescita dell’occupazione riporta solo il livello quantitativo a quello ante-crisis, non il livello qualitativo. “La crescita” aggiunge D’Amico, “ha riguardato solo i lavoratori a termine a scapito del lavoro “buono” dei dipendenti a tempo indeterminato e dei lavoratori autonomi, che invece hanno subito un forte calo. Non è normale che ai primi segnali di una pur debole ripresa economica corrisponda sempre un parallelo aumento degli infortuni sul lavoro e che a pagarne il prezzo siano sempre i lavoratori, anello debole della catena produttiva”.

Un quadro che trova coerenza con i diversi episodi che hanno caratterizzato le pagine di cronaca dell’inizio del 2018 ad oggi. Meno di una settimana fa, solo per citarne qualcuno, c’è stato l’ultimo tragico incidente nello stabilimento della Dalmine Logistic Solutions di Potenza dove ha perso la vita un giovane operaio rimasto schiacciato da un macchinario durante il lavoro sulla catena di montaggio. Seconda morte bianca avvenuta negli ultimi due mesi in Basilicata dopo l’incidente fatale all’ Ageco di Tito Scalo, dove ha perso la vita un ragazzo di 28 anni. Lo scorso 28 marzo a Livorno è esploso un serbatoio di solvente nella zona del porto, uccidendo i due operai che si trovavano al suo interno. Meno di una settimana dopo, 1 aprile, c’è stata un’altra esplosione in provincia di Bergamo e due operai dell’azienda sono morti. Il 4 aprile altri due operai sono morti a Crotone, in Calabria, schiacciati dal muro che stavano cercando di mettere in sicurezza. E guardando al 2017, di morti sul lavoro ce ne sono state più di 3 al giorno, per un totale di 1115, un aumento dell’ 1,1% rispetto al 2016. Significa che l’anno scorso sono morte sul lavoro 11 persone in più rispetto al 2016. Incremento allarmante. Tanto che per Ministero del lavoro e Regioni è una priorità assoluta pensare a strumenti e attività più efficaci in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro (dal rafforzamento dei controlli, attraverso un aumento del numero degli ispettori, e forme stabili di collaborazione tra istituzioni nazionali ed enti di competenza regionale, a una più incisiva attività di formazione e incentivi per le imprese che realizzano investimenti in sicurezza). Un obiettivo rimarcato anche dalla necessità di nuove assunzioni (partiranno a breve i concorsi pubblici) di 150 nuovi ispettori Inail che si aggiungeranno agli oltre 4 mila (compresi quelli Inps e Inail) già attivi.

L’anniversario dei 10 anni dall’entrata in vigore del Testo unico cade indubbiamente in un “momento difficile” a livello di dati sugli infortuni. E l’aumento degli infortuni mortali non può essere solo correlato alla crescita dell’occupazione e della produzione industriale oppure a forme di lavoro meno stabili. C’è un problema normativo. “Della normativa in tema di salute e sicurezza”, evidenzia Franco Bettoni, presidente Anmil, “sono ancora una ventina i provvedimenti da attuare e alcuni riguardano materiale anche di grande rilievo”. Fra tutti, il sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, disciplinato dall’art. 27 del D.Lgs. 81/2008 che, aggiunge Bettoni, “eccetto il caso degli ambienti confinati per i quali il sistema ha cominciato ad operare positivamente con il DPR 177/2011, e il settore della sanificazione del tessile e dello strumentario chirurgico per la qualificazione del quale è stata predisposta la bozza di un DPR, è rimasto lettera morta per tutti quei settori ad alto tasso infortunistico, ovvero caratterizzati da forti complessità organizzative e da gravi fenomeni di concorrenza sleale. Questo complesso di norme inattuate”, prosegue Bettoni, “produce effetti negativi; in primis l’assenza di tutela per i lavoratori, parallelamente profonde incertezze nella gestione della prevenzione da parte dei datori di lavoro. Peraltro è da sottolineare come alla incompleta attuazione del D.Lgs. 81/2008 si sia affiancata negli ultimi anni la proroga di termini relativi a svariati provvedimenti”. C’è poi il tema formazione su cui puntare. “Una formazione vera”, spiega Bettoni, “non sulla carta, ma applicata nei settori in cui occorre maggiormente. I dati statistici servono anche a questo, ad individuare i settori più carenti sui quali intervenire. Occorrono il rispetto delle norme, maggiori controlli, un aumento degli ispettori, pene certe: quando si sbaglia si paga e le famiglie hanno diritto di sapere perché hanno perso una moglie, un marito, un figlio e di chi è la responsabilità. Inoltre”, conclude, “chiediamo al Parlamento e al nuovo Governo che la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro vengano inserite tra le priorità dell’agenda istituzionale prevedendo l’investimento di adeguate risorse per la diffusione e per il rispetto della prevenzione, nel potenziamento dei controlli e dell’attività ispettiva, nonché nel rafforzamento di azioni mirate alla formazione dei lavoratori cominciando dal mondo della scuola, come facciamo noi da oltre 20 anni. Perché gli studenti saranno i futuri lavoratori e datori di lavoro”.

Morti bianche in Europa, l’Italia seconda dopo la Francia
Dopo la Francia, nell’Unione Europea, l’Italia è il paese in cui di lavoro si muore di più. In Francia i morti sono 528, in Italia 480, in Germania 420, in Spagna 310 e così via. Dalle cifre Eurostat del 2015, la situazione oggi viene confermata da cronaca e dati Inail aggiornati. Il confronto in termini di sicurezza con gli altri paesi europei tuttavia non è semplice perché non tutti usano la stessa definizione. Pensiamo ad esempio alla definizione di incidente sul lavoro. I dati dell’ Inail mostrano che nel nostro paese il totale degli incidenti denunciati nel 2017 (inclusi anche quelli non mortali) sono stati circa 635 mila. Tra questi rientrano sia i cosiddetti incidenti «in itinere», cioè quelli che si verificano sul tragitto per andare al lavoro, che sono aumentati del 2,8% (e che sono circa il 30% di tutti gli infortuni in Italia), che quelli che si verificano sul luogo di lavoro (che sono scesi, ad esempio, dello 0,7%). In Europa le agenzie di statistica sono divise tra l’includere gli incidenti in itinere tra gli incidenti sul lavoro: l’Italia è uno dei pochi paesi ad adottare questa classificazione. Altro problema è che non tutti i paesi hanno un’economia trainata dagli stessi settori (differenza che potremmo già rilevare guardando allo spaccato delle diverse regioni italiane), ma che, in alcuni casi, si basa su settori dove è relativamente pericoloso lavorare (il turismo è totalmente diverso dal settore dell’industria pesante). Per questo l’Eurostat, l’agenzia di statistica, utilizza come parametro di riferimento il tasso di incidenti e di incidenti mortali «normalizzato», quello cioè in cui si considera il peso delle diverse tipologie di attività economiche, in modo da ottenere numeri il più possibile comparabili tra loro. Da ciò ne deriva che il tasso normalizzato di infortuni in Italia risulti più basso di quello di Francia, Spagna e Germania e in linea con quello dell’Unione Europea (i numeri sono fermi al 2014). Anche il tasso di incidenti mortali è in linea con la media europea e inferiore a quello di Francia e Spagna, ma superiore a quello della Germania. E anche se l’Italia, in questo caso, non è in fondo alle classifiche, potrebbe fare di più, visto che in materia di incidenti e sicurezza sul lavoro circa metà dei paesi europei continua a farlo già (meglio). “La vera discriminante è la cultura del lavoro”, ha più volte ribadito Esther Lynch, segretaria confederale dell’Etuc, la confederazione europea dei sindacati. “Una cultura dell’ascolto dei lavoratori rende il posto di lavoro molto più sicuro. Se si impara per esempio dagli incidenti evitati, ciò gioverà nel complesso della sicurezza. Spesso la discriminante non è il paese, ma la cultura del lavoro del datore e la natura dell’azienda”.

Articolo tratto da ItaliaOggi

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