La sicurezza giustifica un no

Il rifiuto di rendere la prestazione lavorativa richiede una valutazione comparativa. Infatti, affinché il dipendente possa legittimamente sottrarsi dall’obbligazione contrattuale, in caso di inosservanza da parte del datore di lavoro degli obblighi in materia di salute sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs 81/2008), è necessario provare la gravità e la rilevanza dell’inadempimento. A tal fine non basta l’accertamento di un inadempimento datoriale, essendo necessario, per giustificare il rifiuto di svolgere la prestazione – la proporzionalità della violazione. La responsabilità datoriale, quindi, riguarda soltanto l’obbligo di adottare le misure che in concreto, rispetto alle mansioni svolte, appaiono idonee a evitare eventi prevedibili (c.d. misure di sicurezza nominate). A stabilirlo è la Corte di cassazione con la sentenza n. 8911 del 29 marzo 2019.
La vicenda
Il caso che ha interessato i giudici della Corte di cassazione riguarda il tema dei limiti della c.d. autotutela del lavoratore, vale a dire il rifiuto di rendere la prestazione lavorativa contestando, ai sensi dell’art. 1460 cod. civ., un inadempimento datoriale. Nel caso di specie, un dipendente (macchinista) subiva un licenziamento disciplinare per essersi sottratto più volte alla conduzione del treno sprovvisto della presenza in cabina di un secondo agente abilitato alla condotta.
Il dipendente si opponeva all’estrema ratio adottata dal datore di lavoro, agendo per vie legali, ottenendo la nullità del licenziamento in primo grado di giudizio. I giudici del Tribunale di Genova ritenevano che il rifiuto della prestazione fosse giustificata dall’evidente inadempimento datoriale alle obbligazioni di sicurezza (art. 2087 cod. civ.) e stabilivano fondato il comportamento del dipendente secondo cui il rifiuto di rendere la prestazione configurasse una legittima eccezione di inadempimento. La parte datoriale si opponeva e ricorreva, prima alla Corte d’appello, e successivamente alla Corte di cassazione.

La sentenza
La Suprema corte, cassando la sentenza alla Corte d’appello di Genova in relazione ai motivi di ricorso accolti, ribalta parzialmente le pronunce di primo e secondo grado di giudizio. In via preliminare, gli ermellini confermano la responsabilità del datore di lavoro in tema di sicurezza sul lavoro, poiché è tenuto per legge a attivarsi per mettere in atto tutte le azioni necessarie e possibili per predisporre un ambiente e un’organizzazione di lavoro idonei alla protezione del bene fondamentale della salute dei lavoratori.
Pertanto, qualora il datore di lavoro non osservi le norme di sicurezza, il dipendente può legittimamente rifiutare di svolgere la prestazione lavorativa.
Nel prosieguo della sentenza, però, i giudici di legittimità affermano che incombe sul lavoratore l’onere di provare la responsabilità datoriale in ambito di obbligazione di sicurezza, qualora egli intenda sottrarsi alla prestazione lavorativa. Ciò in conseguenza della fattispecie secondo la quale la responsabilità datoriale non è suscettibile di essere ampliata fino al punto da configurarsi in senso oggettivo, poiché è necessario in ogni caso accertare un difetto di diligenza del datore stesso.
In riferimento all’onere della prova, gli ermellini distinguono le misure di sicurezza in due differenti tipologie:

  1. nominate, in relazione alle quali il lavoratore ha solo l’onere di provare l’esistenza della violazione e il nesso di causalità materiale tra l’inosservanza della misura e il danno subito;
  2. innominate, che obbligano il datore di lavoro a dimostrare di aver adottato comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge, siano coerenti con gli standard di sicurezza suggeriti dalle conoscenze tecniche e sperimentali esistenti.

Con riferimento a queste ultime, la Corte di cassazione sottolinea che il datore di lavoro non è tenuto ad adottare ogni precauzione astrattamente possibile ma quelle che in concreto, in relazione alle caratteristiche dell’attività, alle mansioni del lavoratore, alle condizioni dell’ambiente esterno e di quello di lavoro, appaiono idonee a evitare eventi prevedibili.
Per concludere, nel caso di specie, i giudici hanno constatato che il datore di lavoro ha dimostrato di avere applicato tutte le misure di sicurezza “nominate”. Inoltre è stata valutata non corretta la decisione della Corte d’Appello in merito alla gravità e la rilevanza dell’inadempimento delle misure innominate.

Articolo tratto da IltaliaOggi

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