Quando lavorare è uno stress

Più di 700 casi di malattie riconducibili a fenomeni di burnout in Italia nel giro di quattro anni. È questo il quadro che emerge a partire dall’elaborazione dei dati Inail delle malattie professionali dal 2013 al 2017, in cui si registra una media di 14 casi ogni mese di lavoratori affetti da fortissimo stress emotivo e psicologico, tali da richiedere le cure specialistiche di un medico e di richiesta di indennità all’Inail per sopperire alla traumatica condizione psico-fisica. In particolare il disagio della sindrome da burnout, l’esito patologico di un processo stressogeno che interessa i lavoratori impegnati in attività di relazioni interpersonali, è riconducibile nel documento della “Classificazione Statistica Internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati” pubblicato dal ministero della Salute nella classe e sottoclassi della categoria “F43”, legata alla reazione a grave stress e disturbi dell’adattamento.
Incrociando queste informazioni, e decodificando i dati Inail disponibile nella sezione degli Open Data, si ricava uno scenario in cui ben 777 persone hanno accusato disturbi dell’adattamento (469), disturbi post traumatici da stress (191) e reazioni a grave stress (117), di cui 384 uomini e 393 donne. La patologia con il più alto tasso di frequenza e il disturbo dell’adattamento, che colpisce per il 65% le lavoratrici e per il 55,47% gli uomini. Calcolando per il totale si scopre un dato preoccupante: questa patologia colpisce infatti il 60% circa di tutti i lavoratori affetti da disagi sul posto di lavoro nel quadriennio esaminato. Tra le cause scatenanti spiccano in primo piano problemi relativi alle relazioni con i superiori dopo quelli con i colleghi, come i ritmi di lavoro troppo intensi, eccessiva responsabilità, mancato riconoscimento dei propri meriti e persino le minacce di violenza.
Se passiamo lo sguardo tra i settori professionali vediamo che il settore che accusa di più questi sintomi è quello del commercio – quindi imprenditori ed esercenti – seguito dal settore della sanità e dei servizi privati (medici e infermieri), dagli “istituti politici” degli organismi regionali, e in eguale misura quello dedito ai trasporti che fa il paio con quello delle attività immobiliari e professionali. Se guardiamo agli indennizzi erogati dall’Inail e vediamo che, su 777 persone che hanno registrato questi sintomi, ben 661 risultano nella categoria “NE”, ovvero negati, mentre la maggior parte degli indennizzi (101) è stata liquidata in capitale. Ma i numeri diventano molto più alti se osserviamo il numero dei giorni indennizzati: ben 1.897 direttamente in capitale, 233 per rendita diretta, 923 in temporanea e nessun giorno non indennizzato. Per un totale di 3.053 giorni di malattia indennizzati dall’Inail, circa otto anni e tre mesi compensati dal 2013 al 2017, il doppio dei giorni del quadriennio preso in considerazione e quindi due giorni di indennizzo al giorno in quattro anni.
Sempre dallo scenario italiano si scopre che tra le modalità di esercizio dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro quella che vince per il 92% è quello dell’industria e dei servizi con 722 casi, con il restante 6% da parte dello Stato e poco più dello 0,64% nel settore dell’agricoltura. Il grado di menomazione registrato, per oltre l’83% dei casi analizzati dall’Inail, risulta di “lieve entità riconducibili a menomazioni micro permanenti, corrispondente a un danno biologico di modesta entità, che provocano postumi permanenti abbastanza tenui che comportano anche lievi mutamenti nella condotta di vita del danneggiato”. Sebbene questo grado minimo di menomazione segnala che i “postumi sono a volte caratterizzati da un anomalo carattere di permanenza”. Dai dati Inail emerge un quadro in cui le patologie riconducibili al burnout risultano evidenti in eguale misura nei lavoratori maschi e femmine, in cui il disturbo dell’adattamento è la malattia più frequente; le cause scatenanti maggiori sono le relazioni difficili con i superiori e i colleghi, come le riflessioni sulla qualità e riconoscimento del proprio lavoro; i giorni di malattia certificati sono stati pagati per quasi il doppio degli anni di rilevamento, in cui però sia i gradi di menomazione registrati che le richieste di indennizzo risultano ai minimi termini.
Situazione totalmente diversa negli Stati Uniti d’America ad esempio, dove i lavori con il più alto tasso di patologie legate allo stress risultano quelli legati al mondo militare e della sicurezza. Secondo i dati di CareerCast.com infatti risultano in bella vista il personale militare arruolato e i pompieri; al 61% il pilota di aerei; tra il 51 dei 48 punti percentuali il poliziotto, il conduttore di emittenti, il coordinatore di eventi, il reporter dei quotidiani, il curatore di pubbliche relazioni, il dirigente aziendale e in ultimo il tassista.

Articolo tratto da ItaliaOggi

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