Rifiuti: cosa separa l’abusività dall’illecito?

Il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, ora previsto e punito dall’art. 452-quaterdecies del codice penale (che ha sostituito senza modificazioni l’art. 260, D.Lgs. n. 152/2006) è indubbiamente uno dei reati ambientali di più frequente contestazione. Salvo i gravi delitti ambientali di danno introdotti con la legge n. 68/2015, il traffico illecito è l’unico reato ambientale che ammette le misure cautelari personali e il ricorso alle intercettazioni telefoniche. Inoltre, la prescrizione del reato in esame è raddoppiata (art. 157, comma 6, codice penale) e, di conseguenza, il traffico illecito si prescrive in dodici anni, se non ci sono atti interruttivi, che diventano quindici in presenza di atti che interrompono la prescrizione.
La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha esteso molto l’ ambito di applicabilità di questo reato: da un lato agganciando il dato della “organizzazione illecita” non agli autori del reato, ma alla singola operazione considerata, giungendo così ad applicare il reato a singole attività ritenute abusive seppur commesse nell’ambito di attività imprenditoriali del tutto lecite; dall’altro stabilendo interpretazioni del requisito della “abusività della gestione” volte a comprendere anche violazioni che, considerate in sé per sé, non rivestirebbero profili di gravità particolare.

L’elemento distintivo

L’analisi comparativa tra le ipotesi contravvenzionali di gestione abusiva punite dall’art. 256, D.Lgs. n. 152/2006 e il delitto di traffico illecito, evidenzia come quest’ultimo reato di distingua dagli illeciti contravvenzionali in base a due elementi: l’ingente quantitativo di rifiuti trattati e il dolo. L’ingente quantitativo, in realtà, non è un elemento distintivo perché la discrezionalità nel definire questo requisito è talmente alta da non determinare un criterio effettivamente discretivo.

In realtà, l’unico criterio distintivo tra le contravvenzioni di gestione abusiva e il traffico illecito è il dolo. In ordine a questo requisito, si fonda l’applicazione di un delitto molto grave, per il quale sono previste pene e

levate, con la possibilità di applicare misure cautelari e con conseguenze sanzionatorie drammatiche per un’impresa, se si considerano le pene accessorie, prima fra tutte la revoca delle autorizzazioni.

Occorre, inoltre, tenere conto del fatto che una condanna per traffico illecito, anzi una semplice pendenza, può indurre le prefetture a disporre l’informativa antimafia, con conseguenze di nuovo drammatiche, spesso letali, per un’impresa.

La realizzazione di un profitto ingiusto

Il dolo del traffico illecito è un dolo cosiddetto specifico, il che significa che il perfezionamento della fattispecie richieda che l’agente, oltre ad avere posto in essere intenzionalmente la sua condotta, debba averlo fatto per realizzare un obiettivo specifico e particolare, nel caso in esame un “profitto ingiusto”. La maggior parte delle sentenze della corte di Cassazione si preoccupa di precisare che, ai fini del dolo specifico di ingiusto profitto, non è necessario che il profitto stesso si realizzi. Probabilmente se vengono ancora emesse decisioni in questo senso la responsabilità sarà da riferirsi anche alla presenza di ricorsi ove viene esposto questo motivo di doglianza. Chiaramente, non è necessario che l’obiettivo si realizzi. Occorrerebbe concentrare lo sforzo probatorio e motivazionale sulla genesi della scelta imprenditoriale, valutando tutti gli elementi di cui disponeva. L’imprenditore al momento della scelta di una determinata opzione riguardo gli adempimenti ambientali. In questo quadro, non giova a molla considerazione che il profitto ingiusto possa consistere anche in un risparmio di costi o un vantaggio di tipo non patrimoniale. Le sentenze che si sono occupate di questo specifico aspetto sono numerose.

È difficile ipotizzare una scelta imprenditoriale che non sia mossa dall’obiettivo di aumentare i costi ovvero di diminuire i ricavi. È possibile dire, in termini generali, che ogni comportamento umano, eccettuati gli atti esclusivamente anticonservativi, è mosso dalla ricerca di un vantaggio, di un miglioramento di qualsivoglia natura. La ricerca del carattere dell’ “ingiustizia” del dolo, che è necessario evidenziarlo per quanto banale possa apparire cosa ben diversa dal requisito (oggettivo) dell’ abusività della gestione, impone che si analizzino tutti gli elementi, interni ed esterni all’impresa, di cui l’imprenditore ha tenuto conto nel decidere di porre in essere una determinata operazione economica, per accertare che il profitto a cui l’imprenditore stesso tendeva era illecito, illegale non dovuto e consapevole mente maggiore di quello che si sarebbe ottenuto svolgendo l’operazione con modalità diverse (sempre, ovviamente, prescindendo del tutto dal fatto che l’obiettivo sia stato realizzato o meno).

È evidente che ci sono attività abusive che contengono già in sé il principio del dolo.  La variabilità delle ipotesi di traffico illecito evidenzia, però, situazioni ben diverse, soprattutto nei casi in cui il reato costituisca una parentesi illecita nell’ambito di un’attività imprenditoriale del tutto lecita. La legge non richiede che il traffico di rifiuti sia posto in essere mediante una struttura operante in modo esclusivamente illecito, ben potendo le attività criminose essere collocate i un contesto che comprende anche operazioni commerciali riguardanti i rifiuti che vengono svolte in modo illecito. In altri termini, il delitto può essere integrato sia da una struttura operante in assenza di qualsiasi autorizzazione e con modalità del tutto contrarie alla legge sia da una struttura che includa stabilmente condotte illecite all’interno di un’attività svolta in presenza di autorizzazioni e, in parte, condotta senza altre violazioni. Ciò che rileva, infatti, è l’esistenza di “traffico” di rifiuti intenzionalmente sottratto ai canali leciti e l’inserimento all’interno di un percorso imprenditoriale ufficiale può divenire addirittura una scelta mirante a mascherare l’illecito all’interno di un contesto imprenditoriale manifesto e autorizzato. A tale conclusione consegue una considerazione ulteriore: la natura “abusiva” delle condotte non è esclusa dalla regolarità di una parte delle stesse allorché l’insieme delle condotte conduca ad un risultato di dissimulazione della realtà e comporti una destinazione dei rifiuti che non sarebbe stata consentita.

La rigorosa ricerca del dolo di concorso costituisce momento fondamentale nell’accertamento dell’elemento soggettivo del reato di traffico illecito, in special modo in tutte quelle situazioni ove il carattere dell’abusività della gestione (elemento oggettivo del reato) non sia riferibile alla condotta di tutti i soggetti e le imprese coinvolte, ma sia riferibile soltanto ad alcuni del comportamenti che, unitamente a tutti gli altri contributi, vengono a costituire gli estremi oggettivi del reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti.

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