Rifiuti speciali pericolosi, cosa c’è da sapere

Il D.Lgs. n. 152/2006, cosiddetto “testo unico ambientale”, all’art. 184 distingue tra rifiuti urbani e rifiuti speciali. Questi ultimi, cioè i rifiuti prodotti da enti e imprese, si dividono a loro volta tra non pericolosi e pericolosi. Individuare e gestire correttamente rifiuti pericolosi non è un esercizio banale ed è un’attività che riguarda un ampio spettro di realtà non solo strettamente legate ai settori produttivi.

Codifica e classificazione

I rifiuti pericolosi vanno, innanzitutto, individuati, quindi identificati e classificati, assegnando a essi un codice e una o più caratteristiche di pericolo. Il codice prende il nome di CER, acronimo di catalogo europeo dei rifiuti, un elenco di codici condividiso a livello europeo, composti da sei numeri ciascuno e divisi in venti capitoli. Il codice da attribuire può essere di due tipologie:

  1. assoluto, cioè con asterisco (*) e senza riferimento a sostanze pericolose contenute;
  2. speculare o a specchio, con asterisco (*) e riferimento a specifiche o generiche sostanze pericolose ivi contenute

Qualora il processo di attribuzione porti alla scelta di un CER assoluto, questo può essere attribuito senza alcuna ulteriore indagine. In questa ipotesi, l’attribuzione del codice ha carattere puramente convenzionale e il rifiuto è considerato pericoloso a prescindere dalla reale composizione. Nel caso in cui, invece, la scelta ricada su un codice “a specchio”, dal 1° giugno 2015, con l’entrata in vigore del regolamento UE 1357/2014, è necessaria una verifica analitica (ad esempio un’analisi chimica) caso per caso, per stabilire se il rifiuto sia da classificare come pericoloso o meno.

Il deposito temporaneo

Una volta classificati, i rifiuti pericolosi devono essere raggruppati nel luogo di origine o produzione, da intendersi quale l’intera area in cui si svolge l’attività che ha determinato la produzione dei rifiuti. Questo raggruppamento non necessita di autorizzazione, a patto che vengano rispettate alcune regole:

  1. raccolta per categorie omogenee e nel rispetto delle norme che regolamentano il deposito delle sostanze pericolose;
  2. corretti imballaggio ed etichettatura in relazione alle sostanze pericolose contenute;
  3. limiti temporali o quantitativi, a scelta del produttore;
  4. in caso di inquinanti organici persistenti (Pop) di cui al regolamento Ce N.850/2004, rispettare le norme tecniche che regolano lo stoccaggio e imballaggio previste dallo stesso regolamento.

La tracciabilità

I rifiuti pericolosi sono soggetti a registrazione su apposito registro cartaceo, denominato “registro di carico e scarico rifiuti modello A”, numerato, vidimato e gestito con le stesse modalità di un registro Iva.  Esso deve essere tenuto presso ogni sito di produzione di rifiuti pericolosi e conservato per cinque anni dall’ultima registrazione.

Il trasporto

Il trasporto di rifiuti pericolosi deve essere accompagnato, in tutti i casi, da formulari di identificazione rifiuti (Fir), tranne che per alcune ipotesi particolari regolamentate da altra normativa. I formulari sono prodotti in quattro esemplari:

  1. uno resta al produttore;
  2. due vengono trattenuti, rispettivamente, dal trasportatore e destinatario dopo essere stati firmati e datati da quest’ultimo all’arrivo dei rifiuti in impianto;
  3. una quarta copia, sempre firmata e datata dal destinatario, deve essere restituita al produttore entro 90 giorni; in mancanza, deve essere informata la Provincia. Questa quarta copia è elemento indispensabile per dimostrare la corretta gestione.

I Fir devono essere, infine, conservati per cinque anni.

Ultimo tassello della tracciabilità è la comunicazione al catasto dei rifiuti prodotti e smaltiti nell’anno precedente da effettuare, entro il 30 aprile di ogni anno, attraverso il modello unico di dichiarazione ambientale, noto anche come Mud.

Controllo autorizzazioni

Il trasporto di rifiuti pericolosi deve essere affidato a terzi autorizzati; tuttavia, la procedura di affidamento non solleva il produttore da responsabilità nella corretta gestione, come recita l’art. 188, comma 1, D.Lgs. n. 152/2006. Il concetto è ribadito anche dalla giurisprudenza, in particolare dalla sentenza della Cassazione n. 29727/2013 con la quale è stato ribadito che il produttore che affida i rifiuti a terzi «ha il dovere di accertare» il possesso dei requisiti e la responsabilità non è esclusa se il terzo è in possesso di autorizzazione, ma per rifiuti diversi da quelli affidati. In caso di omessa verifica, il produttore risponde di concorso con l’affidatario nel reato di illecita gestione.

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