La scelta dei DPI per il fattore della differenza di genere

Oggi cercheremo di capire come si inserisce la valutazione dei rischi nella scelta dei DPI il fattore della differenza di genere e se la necessità di tenere in considerazione questo aspetto risulta fondata nell’ottica del Testo Unico

Le differenze di genere e il TUSL
L’art. 28 del D.Lgs. n. 81/2008 (c.d. “testo Unico della Sicurezza del Lavoro” o, più brevemente, TUSL) prevede di considerare nella valutazione dei rischi le differenze di genere nella loro interazione con i fattori presenti nelle attività da effettuare.
Parallelamente, la centralità dell’ergonomia nella scelta preventiva di ogni elemento del lavoro è stata posta fin dai tempi del D.Lgs. n. 626/1994, e le norme tecniche applicabili specificano che le misure antropometriche di riferimento dovrebbero riferirsi ad almeno il 90% della popolazione considerata quale utilizzatrice dell’attrezzatura o del presidio di protezione.
Specificamente, rispetto ai dispositivi di protezione individuale (DPI), il Capo II, Titolo III del TUSL, precisa dettagliatamente che la scelta dei DPI debba tenere conto delle caratteristiche ergonomiche, dal momento che tale presidio di protezione è destinato a un uso personale.
Dunque la considerazione di valutare l’impatto del genere rispetto alla corretta scelta di un DPI appropriato, ovvero che possa garantire l’adeguato livello di protezione dai rischi presenti, è assolutamente pertinente nell’ambito del percorso di valutazione prevista dal TUSL.

Gli elementi di differenza e la loro rilevanza nella scelta dei DPI
L’intervento sarà ovviamente mirato a ricercare sul mercato DPI che possano rispondere alle differenti caratteristiche dei due generi: purtroppo però non è sempre un compito agevole in quanto, per ragioni storiche e culturali, tendenzialmente la progettazione degli strumenti di lavoro è tutt’ora basata sulle misure e sulle caratteristiche anatomiche del sesso maschile. Un esempio estremamente critico riguarda i DPI a protezione delle vie respiratorie, perché si tratta di uno strumento che per essere efficace deve aderire strettamente al volto di chi lo indossi: aspetto già non semplice da garantire rispetto agli uomini, ma che si complica ancor di più rispetto alle donne che hanno, in genere, una diversa forma del viso, un naso più piccolo, zigomi più alti ecc., oltre a una differente capacità polmonare che nella media rende anche più gravoso per le donne indossare questi DPI per periodi continuativi. In questo tipo di rischio interagiscono elementi sia tecnici (fattori antropometrici) che organizzativi (durata di utilizzo del DPI) che dovranno essere accuratamente affrontati nella valutazione dei rischi (VdR).
La disponibilità di DPI appropriati per il genere femminile si può meglio riscontrare in settori storicamente a manodopera prevalentemente femminile (es. cura, assistenza); l’intero ambito manifatturiero risulta più sfortunato da questo punto di vista, in quanto tutt’ora si ritiene sia un ambito con manodopera prevalentemente maschile e dunque l’attenzione dei produttori di DPI nel differenziare i prodotti offerti in base al genere risulta ancora carente – anche se vi sono stati miglioramenti rispetto a 10 anni fa. Spesso però non si tratta solo di una problematica di errata progettazione e di disponibilità sul mercato, ma anche di un’attenta scelta da parte dell’azienda. In particolare risulta fondamentale la scelta della taglia: un guanto troppo grande rispetto alla mano da proteggere nella migliore delle ipotesi non verrà usato, nella peggiore delle ipotesi sarà fonte di impaccio in tutte le operazioni e costituirà quindi un rischio infortunistico specifico oltre che un aggravio degli altri rischi esistenti. Lo stesso discorso vale per calzature antinfortunistiche, indumenti di lavoro, elmetti di protezione, visiere e occhiali ecc.
Dato il tema – la scelta di un DPI che possa garantire l’efficacia protettiva ritenuta necessaria – va ricordato anche l’impatto di fattori biologici o abitudini socio-culturali che dovrebbero essere affrontati in quanto possono condurre ad esiti incompatibili col livello di protezione richiesto; talvolta tuttavia si tratta di temi non semplici da affrontare, in quanto ritenuti imbarazzanti o troppo personali o anche poco “centrati” rispetto agli obiettivi della VdR: occorre però ricordare che l’obiettivo della gestione dei rischi – pur in un’ottica di reale fattibilità degli interventi correttivi proposti – è “semplicemente” quello di garantire un efficace livello di protezione dagli effetti lesivi. Esempi banali di aspetti di questa natura riguardano:

  1. L’utilizzo di ornamenti (es. orecchini, anelli ecc.) a cui il genere femminile fa decisamente più ricorso di quello maschile, e a cui attribuisce inoltre caratteristiche di riconoscibilità e accettazione sociale ben più marcate e universali;
  2. L’impatto del ciclo mestruale rispetto alla fatica fisica nella scelta di appropriati DPI, dato che talvolta questi risultano in sé estremamente pesanti e faticosi da indossare per un tempo non limitato;
  3. La considerazione degli aspetti estetici che sono, mediamente, fattori importanti per le donne: infatti, il fatto che molte lavoratrici ritengano svilenti e antiestetici indumenti di lavoro e DPI può tradursi in un loro mancato o scorretto utilizzo, vanificando così gli sforzi spesi nella direzione della riduzione dei rischi.

 

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