Spazi confinati: 8 buone pratiche per lavorare in sicurezza

Il tragico evento, avvenuto nel gennaio scorso con la morte di quattro persone in un’azienda milanese, ha ancora una volta portato all’attenzione della pubblica opinione la gravità degli infortuni sul lavoro che avvengono durante l’esecuzione di attività lavorative all’interno degli ambienti sospetti d’inquinamento o confinati (semplicemente “spazi confinati”, d’ora in poi), facendo emergere ancora una volta che, il modo di affrontare il problema della sicurezza e della tutela della salute durante questi lavori ad alto rischio, nelle aziende in Italia, è, perlomeno, suscettibile di notevoli miglioramenti.
Uno spazio confinato altro non è che uno spazio circoscritto, avente un numero limitato di aperture d’accesso, caratterizzato da una persistente difficoltà di ventilazione naturale, in cui durante le attività lavorative che in esso devono essere effettuate, vi è elevata probabilità che possano verificarsi eventi infortunistici di gravità elevata dovuti alla carenza di ossigeno o alla presenza di agenti chimici pericolosi quali gas, vapori e polveri.
Di certo, possiamo affermare che le cautele per operare in uno spazio confinato erano note già dal lontano 1955 con gli artt. 235, 236 e 237 del D. P.R. n° 547, dove il legislatore richiedeva espressamente, con l’art. 236, che prima dell’entrata dei lavoratori all’interno di tubazioni, canalizzazioni, vasche e serbatoi, chi sovrintendeva a questi lavori doveva assicurarsi che nell’interno degli stessi non vi fossero gas o vapori nocivi e, qualora vi fosse stato pericolo, doveva predisporre ventilazione, lavaggi o altre misure idonee a eliminare il pericolo per gli addetti.
Sempre lo stesso articolo chiedeva a colui che sovrintendeva i lavori, di provvedere alla chiusura e bloccaggio di valvole e condutture in comunicazione con il recipiente dove il personale doveva operare; inoltre, sempre la stessa figura doveva far intercettare i tratti di tubazione mediante flange cieche o con altri mezzi equivalenti e far applicare, sui dispositivi di chiusura o di isolamento, un avviso con l’indicazione del divieto di manovrarli. L’art. 236 del D.P.R. n° 547/1955 continuava richiedendo la presenza di almeno un lavoratore posto all’esterno dell’apertura d’accesso e l’obbligo di utilizzo della cintura di sicurezza e, se necessario, di apparecchi idonei a consentire la normale respirazione, nei casi in cui la presenza di gas o vapori nocivi non potesse essere esclusa in modo assoluto o l’accesso fosse disagevole.
Il successivo articolo 237 del D. P.R. n° 547/1955 richiedeva, nel caso in cui all’interno di tubazioni, canalizzazioni, vasche e serbatoi non potesse essere esclusa la presenza di gas, vapori o polveri infiammabili od esplosivi, oltre alle misure citate nell’art. 236, l’adozione di cautele atte ad evitare il pericolo d’incendio o di esplosione tra cui anche quella di utilizzare lampade di sicurezza per l’illuminazione.Il D. Lgs. n° 81/2008, con l’art. 66 riguardante i lavori in ambienti sospetti d’inquinamento ha ribadito che <<è vietato consentire l’accesso dei lavoratori in pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie e in generale in ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri, senza che sia stata previamente accertata l’assenza di pericolo per la vita e l’integrità fisica dei lavoratori medesimi, ovvero senza previo risanamento dell’atmosfera mediante ventilazione o altri mezzi idonei. Quando possa esservi dubbio sulla pericolosità dell’atmosfera, i lavoratori devono essere legati con cintura di sicurezza, vigilati per tutta la durata del lavoro e, ove occorra, forniti di apparecchi di protezione. L’apertura di accesso a detti luoghi deve avere dimensioni tali da poter consentire l’agevole recupero di un lavoratore privo di sensi>>.Lo stesso D. Lgs. n° 81/2008, all’Allegato IV (Requisiti dei luoghi di lavoro), ha riproposto integralmente (p. 3.1, 3.2.1, 3.2.2, 3.2.3, 3.2.4 e 3.3), quanto già previsto cinquantatre anni prima dal D.P.R. n° 547/1955.Poi, giusto per non farci mancare nulla, anche il Ministero del Lavoro aveva presentato la sua visione del problema. Infatti, la Circolare del Ministero del Lavoro – Direzione Generale Attività ispettive, n° 42 dell’8/12/2010 – Salute e sicurezza sul lavoro: lavori in ambienti sospetti d’inquinamento, pur se avente per oggetto le nuove iniziative di vigilanza e controllo di queste attività a rischio, nelle premesse aveva ribadito la constatazione che la maggior parte degli eventi mortali che si verificavano negli spazi confinati, erano dovute alla disattesa delle norme vigenti con riferimento al mancato controllo e verifica analitica dell’atmosfera dell’ambiente di lavoro derivante da <<un’assente o carente valutazione dei rischi, ad una mancata adozione delle misure di prevenzione e protezione collettiva ed individuale, ad una carente formazione/informazione dei lavoratori ed a una insufficiente gestione dell’emergenza>>.Infine, negli ultimi dieci anni si sono succedute diverse iniziative sull’argomento “Lavori negli spazi confinati” mediante:

  • una “Guida Operativa” pubblicata dall’ISPESL nel 2008;
  • uno studio pubblicato dall’INAIL nel 2009 relativo alla “Sicurezza per gli operatori degli impianti di depurazione delle acque reflue civili”;
  • numerosi contributi di associazioni di categoria;
  • linee guida diffuse, praticamente, da ogni singola ASL/ATS di ciascuna regione d’Italia;
  • diversi articoli riguardanti i lavori negli spazi confinati;
  • nonché un gran numero di convegni e seminari un po’ in tutta l’Italia.

Vista la precedente disamina effettuata, si può tranquillamente affermare che non sono state certo le norme a mancare né, tantomeno, le indicazioni operative per eseguire questa particolare tipologia di attività.

Quello che è mancato è il rispetto delle stesse “regole” ed indicazioni, favorito da:

  1. un’inadeguata percezione del rischio esistente da parte degli addetti, perlopiù appartenenti a piccole imprese incaricate di effettuare interventi di manutenzione, riparazione, ispezione e controllo in ambienti di lavoro dove è possibile la presenza o lo sviluppo di sostanze tossiche, asfissianti, infiammabili ed esplosive nonché
  2. una mancata organizzazione e pianificazione dell’attività che spesso sfocia in una vera e propria improvvisazione nell’esecuzione della stessa e negli interventi in caso d’emergenza.

Questo contributo che non pretende certo di essere esaustivo, si pone l’obiettivo di illustrare le buone pratiche che devono essere adottate per eseguire un’attività lavorativa in uno spazio confinato, quando il lavoro è eseguito dal personale dell’azienda all’interno di spazi confinati presenti nella stessa.

Le buone pratiche a cui fare riferimento, possono essere divise in 8 distinte tipologie:

  1. Valutazione dei rischi per gli spazi confinati;
  2. Assegnazione dei compiti;
  3. Procedura e Permesso di lavoro;
  4. Modalità d’accesso;
  5. Ventilazione;
  6. Controllo della qualità dell’aria;
  7. Idoneità, addestramento e formazione del personale;
  8. Organizzazione e gestione dell’emergenza.

a seguire ulteriori dettagli su ciascun punto sopra elencato…

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