Telecamere in azienda: visione “in diretta” solo in casi eccezionali

Installazione di impianti audiovisivi facilitata, anche se le aziende devono fare i conti con la vecchia modulistica. La circolare 5/2018 dell’ispettorato nazionale del lavoro (Inl) segna un’apertura rispetto al passato, con un’istruttoria a maglie più larghe per le autorizzazioni all’uso di telecamere, ma non cambia la documentazione che i datori devono presentare per ottenere il via libera (che resta quella disposta con il comunicato del ministero del 10 marzo 2017). Il rischio è quello di dover fornire informazioni non più necessarie alla luce della circolare 5/2018.

L’autorizzazione
L’istallazione di questi strumenti e – in genere – di strumenti dai quali deriva anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori – può avvenire solo per esigenze organizzative e produttive o per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale.
L’istallazione non può avere luogo se non è preceduta da un accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. Se in azienda non sono presenti rappresentanze sindacali o in mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di sorveglianza possono essere installati solo dopo aver richiesto l’autorizzazione all’Ispettorato territoriale del Lavoro o, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più Itl, alla sede centrale dell’Ispettorato.
L’Inl – con la lettera 4619 del 24 maggio 2017 – aveva precisato che se è stata rilasciata l’autorizzazione, questa può essere sempre sostituita da un’eventuale successivo accordo sindacale.
La circolare 5/2018 dell’Ispettorato sottolinea che la valutazione istruttoria delle istanze va concentrata sull’effettiva sussistenza delle ragioni che legittimano l’adozione del provvedimento, tenendo presente, in particolare, la finalità per la quale è richiesta la singola autorizzazione.
Così, possono essere autorizzati utilizzi di impianti audiovisivi che inquadrano direttamente l’operatore, senza introdurre condizioni quali, per esempio, l’angolo di ripresa della telecamera oppure l’oscuramento del volto del lavoratore, purché ci siano le ragioni giustificatrici del controllo. Allo stesso modo, non è considerato dirimente specificare il posizionamento predeterminato e l’esatto numero delle telecamere da installare, poiché si tratta di elementi che possono subire modifiche nel tempo

I limiti all’uso degli impianti
L’Ispettorato ammette la visione delle immagini in tempo reale da postazione remota, in casi eccezionali e debitamente motivati. Per la tutela del patrimonio aziendale, l’Inl precisa che la richiesta di installazione riguardante dispositivi che operano in presenza del personale aziendale va valutata con attenzione, per non dare luogo a controlli troppo “invasivi” nei confronti dei lavoratori.
Viola la legge, invece, l’uso di apparecchiature di videosorveglianza che – seppure installate – non siano ancora state messe in funzione. Così come non può mettere al riparo dalla violazione dell’articolo 4, della legge 300/1970, la circostanza che il datore di lavoro abbia preventivamente informato i lavoratori (nota della Lavoro 11241/2016). Allo stesso modo, sulla scorta della giurisprudenza, non influisce il fatto che il controllo sia discontinuo perché esercitato in locali dove i lavoratori possono trovarsi solo saltuariamente.
È vietata l’istallazione di telecamere “finte” montate a scopo dissuasivo. Questa condotta costituisce già di per sé un illecito, indipendentemente dall’effettivo utilizzo dell’impianto: sulla stessa linea interpretativa è sempre intervenuto il Garante della Privacy.
La violazione di questi divieti è sanzionata con l’ammenda da € 154 a 1.549 euro o con l’arresto da 15 giorni a un anno, salvo che il fatto non costituisca reato più grave: infatti, resta ferma la possibilità del giudice di quintuplicare l’ammenda, se ritenuta inefficace negli importi ordinari, in base alle condizioni economiche del datore di lavoro.

Le condizioni per installare gli impianti

Il caso

Un’azienda vuole istallare alcune telecamere e fotocamere in un locale per tutelare il patrimonio aziendale. Si tratta di un impianto antifurto che entra in funzione in caso di intrusione di terzi nel luogo di lavoro ma si attiva solo quando in azienda non sono presenti i lavoratori

La soluzione

Come aveva chiarito il ministero del Lavoro nella nota 299 del 28 novembre 2017, questo caso rientra nell’ambito di applicazione della legge 300/1970, articolo 4. Servono l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’ispettorato del lavoro: non ci sono ragioni ostative al rilascio

Il caso

Un’azienda vuole istallare diverse videocamere per tutelare il patrimonio aziendale, in un impianto d’allarme che entri in funzione anche in presenza del personale: l’esigenza è salvaguardare un magazzino esteso dove si sono già verificati furti e intrusioni durante l’orario di lavoro

La soluzione

C’è da valutare la peculiarità dell’esigenza aziendale, in modo che si legittimi il controllo, avendo rilevato anomalie e vagliato misure meno limitative dei diritti dei lavoratori. Il valore e l’agevole asportabilità dei beni da preservare può essere una valida ragione

Il caso

Una società è stata autorizzata dall’ispettorato del lavoro a istallare telecamere nei pressi di un impianto complesso (che necessita di monitoraggio per la sicurezza del lavoro). Vuole aggiungere una videocamera sullo stesso sito, dopo una modifica del macchinario

La soluzione

Non deve essere richiesta una nuova autorizzazione se non cambiano le ragioni dichiarate dall’istante nella prima domanda. Se cambia invece l’interesse dichiarato, allora l’attività di controllo è illegittima, a meno che non sia richiesta una nuova autorizzazione

Il caso

Un’azienda ha necessità di istallare un sistema di video sorveglianza in un laboratorio chimico che, usando una rete wireless, consente il trasporto dei dati video e audio digitali via Internet da una postazione remota, in modo da tutelare la sicurezza sul lavoro

La soluzione

L’accesso alle immagini da una postazione remota in tempo reale può essere autorizzato, poiché ci si trova in un caso eccezionale, debitamente motivato. L’accesso deve essere tracciato tramite funzionalità che consentano la conservazione dei log di ingresso per un periodo di almeno sei mesi

Il caso

Una società esercita l’attività di data center e custodisce informazioni riservate. Vuole adottare sistemi biometrici basati sull’elaborazione dell’impronta digitale o della topografia della mano per limitare l’accesso ad aree e locali ritenuti “sensibili”

La soluzione

Il riconoscimento biometrico con lo scopo di impedire l’ingresso in certe aree a soggetti non autorizzati può essere considerato uno strumento indispensabile a rendere la prestazione lavorativa. Dunque non servono l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’Ispettorato territoriale del lavoro

Articolo tratto da Il Sole 24 Ore

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