La vigilanza sul fatto che il preposto vigili

Come noto, la vigilanza spetta al preposto come “compito non esclusivo ma sussidiario, spettando anzitutto al datore di lavoro e ai dirigenti” (Cass. Pen. 23 luglio 1997 n.7245).
La legge pone infatti in capo al datore di lavoro e al dirigente l’obbligo penalmente sanzionato di “richiedere l’osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti, nonché delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza e di igiene del lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuali messi a loro disposizione” (art.18 c.1 lett.f) D.Lgs.81/08).
Fatta tale premessa, il punto di partenza dal quale prendere le mosse in materia di vigilanza, da tempo messo in luce dalla giurisprudenza, è che il datore di lavoro e i dirigenti “in ogni caso, quando non sia possibile assistere direttamente a tutti i lavori, devono organizzare la produzione con una ulteriore distribuzione di compiti tra i dipendenti in misura tale da impedire la violazione della normativa” (Cass. Pen., Sez. IV, 15 febbraio 1993 n.1345).
Così, una volta che abbiano provveduto ad incaricare un numero di preposti idoneo e a far sì che questi ultimi ricevano la formazione prevista dalla legge, datore di lavoro e dirigente devono vigilare sul fatto che i preposti – che in virtù di tale posizione di garanzia hanno gli obblighi penalmente sanzionati previsti dall’art.19 T.U. – vigilino correttamente e non tollerino prassi disapplicative.
La Cassazione è chiara su questo aspetto, costantemente ribadito nelle sentenze. Guardando ai pronunciamenti più recenti, ad esempio, una sentenza dello scorso mese di giugno (Cass.Pen., Sez.IV, 8 giugno 2018 n.26294) ricorda che “il datore di lavoro deve controllare che il preposto, nell’esercizio dei compiti di vigilanza affidatigli, si attenga alle disposizioni di legge e a quelle, eventualmente in aggiunta, impartitegli; ne consegue che, qualora nell’esercizio dell’attività lavorativa si instauri, con il consenso del preposto, una prassi “contra legem”, foriera di pericoli per gli addetti, in caso di infortunio del dipendente la condotta del datore di lavoro che sia venuto meno ai doveri di formazione e informazione del lavoratore e che abbia omesso ogni forma di sorveglianza circa la pericolosa prassi operativa instauratasi, integra il reato di lesione colposa aggravato dalla violazione delle norme (Sez.4, n.18638 del 16/01/2004 – dep. 22/04/2004, Policarpo, Rv. 228344).”Tutto ciò è coerente con l’attuale quadro normativo ed in particolar modo con una importante disposizione introdotta all’interno del testo unico nel 2009 da parte del decreto correttivo. Non dimentichiamo infatti che l’art.18 comma 3-bis del D.Lgs.81/08 prevede che “il datore di lavoro e i dirigenti sono tenuti altresì a vigilare in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 19, 20, 22, 23, 24 e 25, ferma restando l’esclusiva responsabilità dei soggetti obbligati ai sensi dei medesimi articoli qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti”.Il che significa che, allorché il preposto tolleri prassi disapplicative e in conseguenza di ciò si verifichi un infortunio, datore di lavoro e dirigente potranno essere anch’essi responsabili dell’evento allorché non abbiano effettuato un’adeguata vigilanza in ordine all’adempimento dell’obbligo posto in capo al preposto di sovrintendere e vigilare ai sensi dell’art.19 c.1 lett.a) D.Lgs.81/08.Alla luce della normativa e della giurisprudenza, dunque, risulta fondamentale che il datore di lavoro/dirigente, al fine di adempiere a tutti gli obblighi su richiamati, vigili sul fatto che il preposto a sua volta effettui una adeguata vigilanza sull’attività dei lavoratori.

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